Institutes of Science
La ricerca
Attraverso le vostre donazioni sosteniamo la ricerca contro il cancro.
Le attività
della ricerca
La Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino ha valutato le richieste di sussidio e ha scelto le ricerche da sostenere per il 2022.
Attraverso le vostre donazioni e il vostro sostegno alla Corsa della Speranza e alle attività proposte, date il vostro sostegno a:
01
Ricerca sui linfomi della milza
(D. Rossi dello IOR)
02
Ricerca sull’immunoterapia del tumore dell’intestino
(F. Grassi dell’IRB)
03
Ricerca su una specifica proteina
che ha un’importante influenza nel sarcoma pediatrico (P.Paganetti dell’EOC)
04
Ricerca dell’epigenetica del tumore alla prostata
(C. Catapano dello IOR)
05
Ricerca sulla mutazione genetica nei tumori alla prostata
(JP. Theurillat dello IOR)
06
Ricerca su un trattamento con antibiotico
per migliorare il risultato dell’intervento chirurgico del tumore al colon (S. De Dosso IOSI).
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Nell’estate 2021 IRB e IOR (Istituto di Ricerca in Biomedicina e Istituto Oncologico di Ricerca) hanno costituito l’associazione Bios+ (Bellinzona Institutes of Science), con la missione di creare nuove sinergie e di promuovere e coordinare le attività di ricerca scientifica e di insegnamento dei due istituti. La visione di Bios+ è quella di promuovere la crescita di un Centro di ricerche biomediche della Svizzera italiana di livello nazionale ed internazionale.
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La missione
L’attività di ricerca dell’Istituto di Ricerca Oncologica (IOR) abbraccia diversi temi e approcci metodologici, dalla ricerca di base alla ricerca traslazionale e clinica toccando vari aspetti della biologia, della diagnosi e della terapia dei tumori.
La ricerca
A partire dal suo inizio nel 2003, lo IOR ha seguito un percorso di continua espansione e consolidamento dei suoi laboratori e della sua attività di ricerca. Attualmente abbiamo attivi allo IOR sette gruppi di ricerca e circa un centinaio di ricercatori, organizzati in due programmi principali: uno focalizzato sui linfomi e i tumori ematologici, e l'altro che si occupa di tumori solidi, come il cancro alla prostata e al seno. Il comune obiettivo è di acquisire nuove conoscenze sui meccanismi alla base dei tumori e, su queste basi, sviluppare nuovi approcci diagnostici e strategie terapeutiche altamente innovative. La qualità della ricerca fatta allo IOR è dimostrata dalla rilevanza delle pubblicazioni scientifiche, dei finanziamenti competitivi e dei premi conferiti ai nostri ricercatori a livello nazionale e internazionale.
L’approccio
Caratteristiche fondamentali del lavoro svolto allo IOR sono l'approccio multi-disciplinare che integra vari aspetti e competenze della ricerca di base e applicata (dalla biologia cellulare e molecolare, alla genomica, alla biochimica, alla biologia strutturale, alle scienze computazionali, chimiche e farmaceutiche) e il coinvolgimento costante di ricercatori di base e ricercatori clinici. Tutto questo si realizza grazie alla vasta rete di collaborazioni con centri di eccellenza a livello nazionale e internazionale e alle tecnologie e strumentazioni di avanguardia messe a disposizione dei nostri ricercatori.
La formazione
Lo IOR ha un forte impegno nella formazione di giovani ricercatori a tutti i livelli grazie a programmi internazionali di cooperazione con varie università e centri di ricerca e contribuisce ai programmi educativi della Facoltà di Scienze Biomediche e alla scuola dottorale dell’USI con il programma di Dottorato in Oncologia e Biologia dei Tumori.
I finanziamenti
Lo IOR e la Fondazione IOR sono enti a carattere accademico e non-profit per promuovere la ricerca in campo oncologico. I finanziamenti istituzionali attribuiti allo IOR dalla Confederazione, il Cantone e la Città di Bellinzona hanno un ruolo centrale per sostenere le attività dell’Istituto. I nostri progetti di ricerca sono sostenuti da finanziamenti competitivi ottenuti dai nostri ricercatori da agenzie nazionali, quali il Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca, l’Innosuisse, la Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino, la Lega Svizzera contro il Cancro, dalla Comunità Europea e da Fondazioni private. I fondi che riceviamo da donatori privati sono inoltre essenziali per il continuo supporto alla ricerca, i programmi di formazione, l’acquisizione di nuovi strumenti per la ricerca, e il potenziamento delle piattaforme tecnologiche a disposizione dei nostri studenti e ricercatori.
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Ricerca al servizio della salute
La missione dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) è lo studio dei meccanismi di difesa immunologica dell’organismo e delle basi fisiopatologiche di malattie infettive, infiammatorie, degenerative e tumorali, allo scopo di identificare nuove strategie terapeutiche. Grazie alle sue attività, l’IRB è stato in grado, sin dalla sua nascita nel 2000, di acquisire in questi campi un notevole riconoscimento scientifico a livello internazionale.
Aree di studio
Le nostre attività di ricerca si focalizzano sull’immunologia, in particolare l’immunologia umana. L’istituto è inoltre attivo in campi complementari, quali la biologia cellulare, strutturale e computazionale, la riparazione del DNA e le malattie rare. Il denominatore comune delle nostre ricerche è la vicinanza a temi, le cui scoperte nei nostri laboratori abbiano un potenziale nell’applicazione clinica.
Tecnologia d’avanguardia al servizio della ricerca
Conduciamo i nostri studi utilizzando una varietà di approcci scientifici d’avanguardia, per i quali la Fondazione IRB fornisce le necessarie piattaforme tecnologiche avanzate ed il supporto di personale altamente specializzato. L’attrezzatura scientifica disponibile presso l’Istituto consente quindi indagini di prima qualità che contribuiscono, tra l’altro, ad attrarre le importanti collaborazioni nazionali e internazionali.
Formare gli scienziati di domani
Offriamo opportunità di formazione per giovani ricercatori a tutti i livelli: Master, PhD, MD-PhD, Dr. med. e Postdoc. Ciò è possibile grazie a collaborazioni con università svizzere e straniere. I nostri ricercatori contribuiscono inoltre all’insegnamento di base, per esempio presso il Politecnico di Zurigo e l’Università della Svizzera italiana. Dalla sua apertura l’IRB ha formato oltre 100 studenti di PhD che hanno proseguito la loro carriera accademica o nell’industria sia in Svizzera che all’estero.
Chi ci sostiene?
L’IRB è un istituto non-profit di carattere accademico e pertanto finanziato dalle istituzioni (Città di Bellinzona, Canton Ticino e Confederazione). A questi importanti risorse si affiancano quelle altrettanto importanti per svolgere le nostre ricerche, provenienti da finanziamenti per progetti competitivi del Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca, da Innosuisse, della Comunità Europea, da Fondazioni private e della Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino. La terza fonte di entrate è costituita dalle donazioni. Queste ultime sono essenziali per sostenere lo sviluppo dell’Istituto, permettendo ad esempio l’acquisizione di strumentazioni scientifiche d’avanguardia ed il supporto del programma internazionale di dottorato. Queste risorse consentono inoltre di svolgere ricerche high-risk high-reward su argomenti non ancora maturi per altri tipi di finanziamenti, ma con grande potenziale e raramente finanziate dagli enti tradizionali. Tutto ciò permette di mantenere alta la competitività delle nostre ricerche e di continuare ad attirare a Bellinzona studenti e ricercatori di talento.
Conosciamo meglio i
ricercatori
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1. Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Sono Paolo Paganetti, nato a Locarno nel 1961 e padre di tre figli. Ho studiato biochimica al politecnico federale di Zurigo dove ho conseguito un dottorato in scienze naturali. Successivamente ho proseguito la mia formazione come ricercatore all’università di Stanford in California. Nel 1992 ho iniziato una carriera ventennale come ricercatore nell’industria farmaceutica prima a Berna poi a Basilea e infine Losanna. I progetti che dirigevo erano svolti da un vasto gruppo di colleghi specializzati in diverse discipline della ricerca biomedica. Insieme abbiamo scoperto nuovi trattamenti farmacologici sperimentali per curare le malattie neurodegenerative frequenti come l’Alzheimer o il Parkinson, oppure rare come l’Huntington. Abbiamo anche identificato marcatori biologici della malattia visto l’importanza di poter stabilire una diagnosi precoce prima che il danno al tessuto sia diventato irreversibile. Da dieci anni, dirigo un laboratorio di ricerca all’Ente Ospedaliero Cantonale. Attualmente, con altri otto laboratori, siamo attivi come Laboratori di Ricerca Traslazionale EOC nel nuovo campus di ricerca in biomedicina a Bellinzona. È una grande soddisfazione poter lavorare di nuovo insieme a molti colleghi che condividono la stessa passione per la ricerca di nuove terapie farmaceutiche.
2. Cosa la porta a credere nella ricerca?
Sono convinto che la conoscenza sia alla base del nostro benessere e sviluppo. La biologia cellulare ha fatto passi da gigante da quando al liceo ho avuto per la prima volta l’opportunità di vedere una cellula al microscopio. La ricerca ha portato alla comprensione approfondita di molti meccanismi molecolari e cellulari che regolano la funzione della cellula e quindi dell’organismo. È grazie a questa consapevolezza che nell’ultimo decennio è stato possibile sviluppare medicine efficaci contro molte malattie che prima erano incurabili. Purtroppo, esistono ancora molteplici malattie che noi ricercatori chiamiamo “orfane”, per cui non disponiamo ancora di terapie farmacologiche efficaci. Questa mancanza mi porta a continuare ad approfondire le nostre ricerche perché sono convinto che solo la ricerca di base applicata alle patologie umane possa fare la differenza anche in futuro.
3. Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un impatto positivo?
Le giovani dottorande del mio gruppo di ricerca studiano come viene regolata dalle cellule l’attività di una proteina chiamata Tau che gioca un ruolo fondamentale nel causare diverse forme di malattie neurodegenerative. Attualmente sono stati sviluppati dei trattamenti immunoterapici specifici per la Tau e i primi risultati sono promettenti. Nel nostro laboratorio abbiamo scoperto che la proteina Tau regola la funzione di altre proteine che a loro volta sono implicate nel cancro. Una di queste è la proteina P53 che causa circa il 50% di tutte le malattie cancerogene. La scoperta che la proteina che stiamo studiando possa essere la causa di malattie così diverse come l’Alzheimer e forme di cancro ha un impatto enorme nel motivare e incentivare nuovi giovani ricercatori ad intraprendere una carriera nella ricerca biomedica. In particolar modo nel nostro laboratorio abbiamo l’aspirazione di capire come un processo normale svolto dalla cellula possa, a causa dell’invecchiamento, contribuire a diverse patologie umane.
4. Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino e quindi della corsa della speranza, nel suo progetto di ricerca?
Attualmente la Fondazione per la ricerca sul cancro Ticino sta finanziando due progetti svolti da giovani ricercatrici del mio laboratorio. Nel primo vogliamo capire l’importanza della proteina Tau come fattore prognostico e predittivo nel sarcoma di Ewing una forma rara di cancro pediatrico alle ossa. Dati preliminari dimostrano che la speranza di vita dei giovani affetti da sarcoma di Ewing correla con la quantità della proteina Tau presente nelle cellule cancerogene. Desideriamo confermare questi dati e capire se questa osservazione è riconducibile all’effetto regolatore di Tau sulla proteina P53. Il secondo progetto ha lo scopo di identificare prodotti naturali capaci di ridurre o prevenire l’insorgenza di malattie oncologiche legate alla mutazione del gene BRCA1 e BRCA2. Nella loro forma mutata queste proteine perdono la loro capacità di proteggerci contro forme aggressive di cancro al seno e alle ovaie. Oggi l’unica soluzione protettiva contro questo problema che affligge intere famiglie è la rimozione degli organi a rischio. Il nostro studio vuole identificare un trattamento che rafforzi l’espressione della versione non mutata di queste proteine.
5. Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
Penso sia importante almeno per due motivi: prima di tutto penso che sia fondamentale ribadire tutti insieme il concetto che i progressi in atto nella ricerca biomedica siano la soluzione capace di ridurre in modo efficace la sofferenza causata da malattie che purtroppo non sappiamo ancora curare. Inoltre, credo sia importante sostenere non solo a livello finanziario ma anche con questi gesti di affetto e partecipazione la dedizione e l’impegno di giovani ricercatori che ogni giorno lavorano per portare nuove idee per la cura di queste malattie.
6. Sogni per il futuro?
Sono molto ottimista perché il mondo scientifico è ricco di giovani ricercatori che hanno voglia di mettersi in gioco. Gli avvenimenti recenti hanno dato l’opportunità a chi è attivo nella ricerca di comunicare e far valere l’importanza di quanto si sta facendo. So che il sogno per le mie collaboratrici è contribuire a una collaborazione redditizia tra il mondo scientifico e il mondo istituzionale ed educativo per sviluppare ulteriormente la consapevolezza scientifica.
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Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Fabio Grassi, direttore lel laboratorio d’Immunolgia mucosale dell’IRB di Bellinzona. Studio le interazioni del sistema immunitario con il microbiota intestinale in diverse condizioni fisiologiche e patologiche.
Cosa la porta a credere nella ricerca?
La ricerca permette di espandere le nostre conoscenze e migliorare la qualità della vita, ovviamente facendone buon uso.
Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un’impatto positivo?
Negli ultimi anni la ricerca che mi ha impressionato di più per impatto sulla nostra vita è stata senz’altro quella che ha portato alla definizione di alcuni meccanismi immunosoppressivi usati dalle cellule tumorali per bloccare la risposta immunitaria e prevalere sull’organismo. I risultati di questa ricerca hanno portato allo sviluppo di farmaci biologici, definiti “Checkpoint inhibitors” in grado di curare tumori senza possibilità di terapia, come il melanoma, alcuni carcinomi del polmone e dei reni.
Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino e quindi della corsa della speranza, nel suo progetto di ricerca?
Il finanziamento della Fondazione al mio laboratorio verrà impiegato per studiare i meccanismi attraverso i quali il microbiota intestinale condiziona l’esito della terapia con “Checkpoint inhibitors” (CPI). È stato recentemente dimostrato che il microbiota intestinale ha un ruolo fondamentale nel determinare la responsività dei pazienti ai CPI. Abbiamo identificato un trattamento in grado di condizionare positivamente il microbiota in modo da determinare il successo della terapia con CPI. Stiamo studiando i meccanismi che determinano l’aumentata risposta del sistema immunitario al tumore in seguito a questo trattamento.
Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
Penso sia importante per mantenere costante il livello di sensibilità della popolazione nei confronti del cancro e per mostrare l’importanza della ricerca scientifica.
Sogni per il futuro?
Poter garantire a tutti i pazienti oncologici una terapia con alta probabilità di successo.
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1. Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Sono Jean-Philippe Theurillat, ho studiato medicina all'Università di Zurigo, dove ho conseguito nel 1999 il diploma federale in medicina umana. Mi sono specializzato prima in medicina interna e poi in patologia chirurgica presso l'Ospedale universitario di Zurigo e presso il CHUV di Losanna, in seguito dal diploma in patologia nel 2007.
Nel 2008 ho lavorato come borsista post-dottorato nel gruppo del Prof. Wihlem Krek all'ETH: dove abbiamo scoperto i meccanismi molecolari di un nuovo oncogene coinvolto nel cancro ovarico e del fegato che favorisce la sopravvivenza delle cellule tumorali e media la resistenza alle attuali terapie farmacologiche.
Nel 2011, mi sono unito al gruppo del Prof. Levi Garraway (Boston) per formarmi nelle tecnologie del DNA di nuova generazione e nell'oncologia traslazionale. Ho lavorato in particolare sulla caratterizzazione funzionale di nuovi oncogeni e oncosoppressori identificati nel cancro alla prostata. Nel 2014 ho ricevuto una borsa di studio dal Fondo Nazionale Svizzero per la Scienza, che mi ha permesso di proseguire gli studi presso lo IOR, dove ho continuato il mio lavoro su un nuovo sottotipo geneticamente definito di cancro alla prostata. Le mie ricerche mirano a chiarire la funzione biologica di nuove mutazioni al fine di stabilire vie terapeutiche innovative.
2. Cosa la porta a credere nella ricerca?
La ricerca è fondamentale per capire le cause delle malattie e sviluppare dei concetti terapeutici che hanno il potere di curarle.
La ricerca è fondamentale per capire le cause delle malattie e sviluppare dei concetti terapeutici che hanno il potere di curale. Purtroppo, questo processo non è così facile e ci vogliono tantissimi anni di lavoro per poter vedere i risultati delle ricerche e poter portare del beneficio ai pazienti.
In molti casi, non si conoscono le cause delle malattie e si deve partire da delle ricerche base al fine di comprendere meglio i meccanismi dietro i sintoni e le sofferenze che la malattia porta con sé.
Mentre in altri casi, siamo conoscenti delle cause, però manca la tecnologia per interferire con il processo molecolare della malattia in via efficace e per questo motivo è importante continuare a fare ricerca.
Per questo motivo è importante investire nella ricerca, perché così in futuro si potranno raccogliere i frutti per il benessere dei pazienti nel futuro; la ricerca ha una visiona a medio-lungo termine.
3. Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un impatto positivo?
Nell’ambito del cancro della prostata, la ricerca sul recettore androgenico durante gli ultimi decenni ha creato delle nuove terapie più potenti che adesso vengono somministrate insieme al fine di prolungare la sopravvivenza dei pazienti con cancro metastatico.
4. Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino e quindi della corsa della speranza, nel suo progetto di ricerca?
Abbiamo recentemente realizzato un progetto nell’ambito del cancro della prostata.
Più specificamente, abbiamo potuto constatare che due mutazioni pilota non si sono mai viste in un tumore e lo fanno crescere in una maniera differente e incompatibile.
Basandoci su questi dati abbiamo sviluppato il concetto che i tumori della prostata con mutazioni nel gene ERG sono piuttosto resistente all’inibizione del recettore androgenico. Mentre al contrario, questi tumori sono piuttosto sensibili al trattamento con il testosterone.
5. Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
Per creare un senso di solidarietà con i pazienti che stanno lottando con una malattia potenzialmente fatale, quando ci si trova confrontati con il cancro tutto il nucleo famigliare e gli amici vengono colpiti e questi periodi di malattia possono essere lunghi e difficili non sono sull’aspetto fisico, ma anche morale.
Per questo motivo partecipare alla Corsa della Speranza può far capire ai pazienti e ai loro famigliari che non sono soli e che molta gente è con loro.
6. Sogni per il futuro?
Continuare a progredire con la ricerca, al fine di comprendere sempre meglio il cancro e poter trovare i trattamenti migliori al fine di sconfiggerlo.
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Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Mi chiamo Davide Rossi, sono un medico dello IOSI, ricercatore presso lo IOR e professore della Facoltà di Scienze biomediche dell’Università della Svizzera Italiana. Sono specialista in ematologia e la mia ricerca si orienta principalmente sullo studio delle malattie tumorali dei linfociti.
Cosa la porta a credere nella ricerca?
Per noi la ricerca è progresso, sviluppo di idee atte a migliorare la vita dei soggetti con malattie tumorali. I nostri progetti si orientano a perfezionare la definizione della diagnosi e a identificare nuovi trattamenti che garantiscano una maggiore efficacia e minori effetti collaterali a breve e a lungo termine.
Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un’impatto positivo?
Un esempio è lo studio sul DNA tumorale circolante nel linfoma di Hodgkin che, mediante un semplice prelievo di sangue, potrà permettere di definire con maggior i pazienti che hanno risposto alla terapia in corso e coloro che presentano ancora una malattia persistente dopo il trattamento. Sarà così possibile identificare un percorso terapeutico personalizzato per ciascuno sulla base delle caratteristiche della risposta e della malattia.
Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino e quindi della corsa della speranza, nel suo progetto di ricerca?
Impiegheremo i fondi ricevuti per finanziare un nuovo studio sulle leucemie, in particolare per comprendere come mai in alcuni pazienti residua una piccola quantità di cellule tumorali dopo la terapia e identificare le vulnerabilità di questa malattia residua, con il fine ultimo di sviluppare terapie mirate ad sradicarla.
Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
Lo scopo è quello di sensibilizzare la popolazione anche sui tumori del sangue, leucemie, linfomi e mieloma, e sull’importanza della ricerca in questo ambito, unica a garantire che vengano fatti dei concreti passi in avanti nella conoscenza e nelle cure. Con il supporto dei cittadini e dei partecipanti si potrà creare quello spirito di squadra che permette di raggiungere anche gli obiettivi più audaci.
Sogni per il futuro?
Dimostrare che l’impegno collettivo viene sempre ripagato dai grandi risultati ottenuti per i nostri pazienti.
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1. Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Mi chiamo Sara de Dosso, sono un’oncologa e lavoro allo Iosi. Mi occupo di pazienti con tumori gastro intestinali, sono la responsabile di questa unità. Il mio lavoro si svolge prevalentemente in ambito clinico, la mia principale occupazione è la cura dei pazienti. A quest’ultima, affianco un’attivita di ricerca orientata allo sviluppo di nuovi farmaci e nuovi trattamenti.
2. Cosa la porta a credere nella ricerca?
Io credo nel metedo scientifico, quello usato da Galileo Galilei già nel 1500. Ovvero, abbiamo un’ipotesi di partenza per la quale svolgiamo una raccolta di dati, il più possibile omogenea, mobilizzando determinati criteri. Lo scopo di questo procedimento è l’ottenimento di risultati oggettivi, riproducibili e che possano essere condivisi in seno alla comunità scientifica.
3. Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un impatto positivo?
Tutta l’oncologia si è basata sull’attività della ricerca. Vent’anni fa, quando ho iniziato a fare l’oncologa, avevamo tre farmaci chemioterapici per la cura dei tumori del colon retto. Con il tempo, si sono conosciuti meglio i meccanismi di crescita e sviluppo delle cellute tumorali basati su delle precise mutazioni, delle “antennine” che le cellule tumorali esprimono nel loro sviluppo. Si è dunque scoperto che queste “antennine” potevano essere il bersaglio per delle terapie molto mirate. Lo studio di questi elementi ha favorito lo sviluppo di nuovi farmaci che potevano potenziare l’attività antitumorale - e poi non solo le cellule singole tumorali, ma anche tutto quello che ci sta intorno come micro ambiente, vasi sanguini, meccanismi immunitari - e che, a loro volta, sono diventati dei bersagli farmacologici. Ad oggi, da quei 3 farmaci che avevamo all’inizio, abbiamo a disposizioni tutti dei farmaci che agiscono su vari meccanismi di sviluppo dei tumori che possono essere integrati per migliorare i risultati delle nostre cure.
4. Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino e quindi della corsa della speranza, nel suo progetto di ricerca?
Si tratta di un progetto basato sul utilizzo di un farmaco molto semplice, un antibiotico, che si somministra anche per curare le diverticoliti e per i tumori dell’intestino. Con la somministrazione di questo antibiotico cerchiamo di contrastare un batterio. Questo batterio, che si chiama FUSObatterio, è presente all’interno delle cellule del tumore del colon e gli conferisce una certa aggressività che interferisce sulla risposta alla chemioterapia e ha un impatto sulla capacità di diffusione del tumore.
La base della nostra ricerca è somministrare questo antibiotico e vedere nel tumore del colon che cosa succede, se effettivamente possiamo avere un impatto sul tumore e ridurne la crescita.
5. Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
La corsa della speranza è la promozione alla salute, è l’invito ad uno stile di vita attivo. È sempre piu chiaro, come evidenziato anche a livello scientifico, che fare attività fisica può avere un ruolo positivo nel ridurre lo sviluppo tumorale, poiché diminuisce i fattori di crescita che stimolano le cellule tumorali. Inoltre, chi fa attività fisica ha una maggiore tolleranza alle cure oncologiche. Noi oncologi e oncologhe sosteniamo l’attività fisica, sosteniamo uno stile di vita attivo e quindi cosa c’è di meglio che partecipare alla corsa della speranza per dare un buon esempio.
6. Sogni per il futuro?
Sogni per il futuro? Da oncologa vorrei poter proprre ad ogni mio e mia paziente la cura giusta. Sogno di arrivare ad una medicina altamente personalizzata. Una medicina che non si basa più sulle statistiche per dire che un farmaco funzionerà al 70-80%, ma dare invece dei farmaci che garantiscono il 100 % di successo.
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1. Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Sono la dottoressa Giuseppina Carbone e lavoro allo IOR dove dal 2003 dirigo il Laboratorio di biologia del cancro prostatico (Prostate Cancer Biology). Mi sono laureata in Medicina all’Università di Napoli. Dopo la specializzazione ed un breve periodo di pratica clinica, ho intrapreso un post-dottorato negli Stati Uniti per apprendere le basi fondamentali della ricerca di base. Mi sono appassionata subito al lavoro di ricerca e con entusiasmo ho deciso di proseguire la mia carriera come ricercatrice nel campo della biomedicina presso la Wake Forest University negli USA. Ho poi lavorato per circa dieci anni nei laboratori del Centro di Medicina Molecolare e Strutturale affiliato al Cancer Center presso l’Università di Medicina di Charleston (SC) negli Stati Uniti. In quegli anni ho avuto l’opportunità di lavorare con un eccellente gruppo di ricercatori molto attivi nella scoperta e clonaggio di una famiglia di geni molto importanti per lo sviluppo dei tumori e in particolare per il cancro alla prostata. Tali geni, detti fattori di trascrizione della famiglia ETS, sono rimasti poi al centro del mio lavoro di ricerca per molti anni. Da allora ho avuto modo di intraprendere vari progetti di ricerca in questo campo che continua ancora ad appassionarmi e che in parte costituisce anche la base del progetto finanziato dalla Fondazione Ticinese per la Ricerca sul Cancro.
2. Cosa la porta a credere nella ricerca?
Prima di essere una ricercatrice sono stata un medico e posso dire senza alcuna esitazione che senza la ricerca non ci potrebbero essere cure adeguate ed efficaci per le nostre malattie. La ricerca costituisce la base per comprendere i fenomeni biologici responsabili delle malattie. Tale conoscenza a sua volta costituisce la base per la scoperta di farmaci e terapie per il loro trattamento. Quindi, ricerca e medicina devono andare di pari passo. Se crediamo (e speriamo) nella medicina dobbiamo per forza credere nella ricerca. La ricerca non è una attività collaterale o secondaria, ma è la base delle nostre conoscenze e capacità di agire nel campo della Medicina. Senza ricerca sarebbe come avere una grande cucina senza ingredienti e senza ricette. La ricerca biomedica fornisce l’essenza, gli ingredienti e le istruzioni, per poter migliorare la nostra salute.
3. Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un impatto positivo?
Un esempio recente è il successo dei vaccini anti-Covid. Per la ricerca oncologica si sono fatti passi da gigante in varie neoplasie. Basti pensare al tumore della mammella che con la prevenzione ed il trattamento ha raggiunto livelli di curabilità pari all’85-90% dei casi. Mi preme precisare che, al di là dei singoli esempi di successo, ogni ricerca condotta con serietà ed impegno ha un impatto positivo sulla cura delle malattie. I risultati delle nostre ricerche apportano nuove conoscenze che potranno essere utilizzate anche in seguito da altri ricercatori o medici. È fondamentale che la qualità della ricerca sia sempre alta e questo si ottiene grazie all’impegno dei ricercatori e mediante investimenti nella ricerca da parte di tutti noi.
4. Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino e quindi della corsa della speranza, nel suo progetto di ricerca?
Il progetto finanziato è particolarmente innovativo ed interessante. Riguarda un fattore di trascrizione si chiama EHF, uno della mia famiglia preferita. Nel mio gruppo di ricerca, abbiamo dimostrato che questo gene ha un ruolo importante nella ghiandola prostatica e che protegge dall’insorgenza del cancro alla prostata agendo come oncosoppressore. In pratica, il gene EHF agisce come una barriera contro la trasformazione tumorale contribuendo a mantenere la integrità della ghiandola prostatica. Se le cellule prostatiche perdono EHF, si sviluppano tumori molto aggressivi e resistenti alle terapie. Abbiamo dati che indicano che la reintroduzione e riattivazione di EHF in cellule tumorali prostatiche ha effetto antitumorale. In questo studio, intendiamo sviluppare strategie terapeutiche mediante tecniche di genetica e biologia molecolare (genetic reprogramming) per riattivare l’espressione e la funzione di EHF e ristabilire la normale funzione delle cellule prostatiche.
5. Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
La corsa della speranza crea una opportunità per coloro che non sono direttamente coinvolti nel campo della ricerca biomedica e della medicina di comprendere il significato e l’utilità della ricerca per tutti. Purtroppo, c’è ancora molto scetticismo sul significato e l’utilità della ricerca, e questo non aiuta nessuno. Correre per la speranza significa anche spingersi a documentarsi, aggiornarsi, cercare di comprendere, e capire perché e come aiutare.
6. Sogni per il futuro?
Certo! Continuare a lavorare sempre meglio condividendo risultati e lavorando insieme a tanti altri ricercatori. Sono convinta che unendo competenze ed esperienze complementari si possano avere risultati sempre migliori e più rapidamente. Qualità e velocità: sembra paradossale e difficile da realizzare, ma questo deve essere il sogno di tutti per una ricerca migliore e migliori cure per tutti. Poi, il mio sogno personale è che ci sia maggiore interesse e consapevolezza dell’importanza della ricerca!
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1. Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Mi chiamo Giandomenica Iezzi, sono medico immunologo di formazione e lavoro come ricercatrice presso l’Istituto di Ricerca Traslazionale USI-EOC, dove dirigo il Laboratorio di Dinamica Ospite-Microbiota. La nostra attività scientifica si concentra sullo studio dell’impatto del microbiota intestinale nelle patologie del tratto gastrointestinale, con particolare attenzione al tumore del colon-retto.
2. Cosa la porta a credere nella ricerca?
Credo nella ricerca e ho scelto di dedicarmi a questa professione perché ,storicamente, la ricerca è uno degli strumenti più potenti che l’uomo abbia sviluppato per comprendere i meccanismi alla base della vita e della malattia, e per migliorare la qualità di vita delle persone. Le scoperte della ricerca biomedica hanno contribuito in modo determinante all’aumento dell’aspettativa di vita raggiunto dalla specie umana negli ultimi due secoli. Io stessa nel corso della mia attività professionale ho avuto la possibilità di assistere a progressi fondamentali della medicina resi possibili proprio dalla ricerca scientifica. Inoltre la ricerca ci insegna a mettere costantemente in discussione cio’ che sappiamo, a verificare, correggere e migliorare: è una spinta costante verso il progresso.
3. Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un’impatto positivo?
Per rimanere in tema di microbi, un esempio emblematico è la scoperta che l’infezione da Helicobacter pylori rappresenta il principale fattore di rischio per il tumore dello stomaco. L’introduzione di programmi di screening e terapie antibiotiche mirate all’eradicazione di questo batterio ha portato ad una riduzione di oltre il 50% del numero di nuovi casi di questo tipo di tumore.
4. Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino e quindi della corsa della speranza, nel suo progetto di ricerca?
Il progetto finanziato mira a gettare le basi per lo sviluppo una nuova terapia contro il tumore del colon-retto. Abbiamo recentemente scoperto che alcuni batteri presenti nel tumore sono in grado di attivare contro il tumore stesso alcune cellule del sistema immunitario chiamate neutrofili. Il nostro obiettivo ora è capire quali molecole mediano l’interazione tra batteri e neutrofili. Questo potrebbe permetterci, in futuro, di sviluppare un farmaco capace di imitare l’azione dei batteri e di attivare in modo efficace il sistema immunitario contro il tumore.
5. Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
Partecipare è importante perché significa sostenere un’iniziativa che unisce la sensibilizzazione verso un tema di grande rilevanza sociale ad un aiuto concreto per il lavoro della Fondazione Ticinese contro il cancro e per la ricerca scientifica.
6. Sogni per il futuro?
Come per la maggior parte dei ricercatori che, come me, si occupano di ricerca traslazionale, il sogno è quello di contribuire concretamente allo sviluppo di nuovi trattamenti per i pazienti. Nel nostro caso specifico, speriamo che i nostri studi possano tradursi, un domani, nello sviluppo di una nuova terapia più efficace per le persone affette da tumore del colon-retto.
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1. Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Greta Guarda, direttore del laboratorio d’Immunologia “Immune mechanisms” dell’IRB di Bellinzona affiliato all’Università della Svizzera Italiana (USI). Studio il ruolo di alcuni geni importanti nel sistema immunitario nel contesto del cancro o dell’autoimmunità.
2. Cosa la porta a credere nella ricerca?
La ricerca è per me una passione. Sebbene fare ricerca sia spesso difficile perché ci troviamo davanti a domande complesse e ancora senza risposta, dedicarsi allo studio dei meccanismi che governano la nostra salute è indubbiamente affascinante. Scoprire qualcosa di nuovo, inaspettato, non solo ci riempie di motivazione, ma può anche aprire nuove vie per mantenerci in salute. E solo due cose possono portarci verso questo obbiettivo: da una parte un miglioramento delle nostre abitudini, spesso dannose verso noi stessi e verso l’ambiente in cui viviamo, e dall’altra la ricerca.
3. Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un impatto positivo?
Ne abbiamo davvero molti. Per esempio, la creazione di cellule modificate che combattono i cancri ematologici, che trovano ora impiego anche nei trattamenti per gravi malattie autoimmuni; o, ancora, lo sfruttamento degli anticorpi (molecole che noi tutti produciamo) quali potenti mezzi per bloccare i meccanismi di freno del sistema immunitario e migliorare la lotta al cancro o per inibire infezioni come il COVID, per combattere il quale è stato ampiamente usato un anticorpo sviluppato proprio a Bellinzona.
4. Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino, e quindi della corsa della speranza, nel suo progetto di ricerca?
Sono molto grata per questo gesto importante. Vorremmo scoprire i meccanismi che soggiacciono ad un freno del sistema immunitario chiamato PD-1. Il progetto ci aiuterà a capire meglio come funzioni questo freno, cosa che, in futuro, potrebbe darci delle informazioni predittive circa l’efficacia delle terapie che lo inibiscono. Il supporto della Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino finanzierà il salario della ricercatrice che – con dedizione – sta lavorando a questo progetto di tesi.
5. Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
Credo che si tratti di un evento che, come altri simili, rappresenti un incontro tra persone che sono sensibili alla tematica del cancro, alle difficoltà che ancora oggi impone ai pazienti ed alla loro cerchia stretta, ma anche alle attese che animano i ricercatori. La ricerca, per quanto possa sembrare lenta nello scoprire nuove terapie data la sua stessa complessità, è la sola via per trovarle e migliorare la situazione attuale. E regolarmente, la comunità scientifica, riesce a regalarci dei passi avanti. In questo momento complesso, in cui i fondi per la ricerca vengono progressivamente decurtati quando non minati, eventi come la corsa della speranza non sono solo importanti ma indispensabili.
6. Sogni per il futuro?
Continuare a seminare e coltivare domande scientifiche e idee per capire quali siano i meccanismi che governano le cellule del sistema immunitario. E guardare avanti con lungimiranza e fiducia nella comunità scientifica e nella società affinché si capisca meglio il nostro corpo, il nostro mondo, e si rispetti di più la salute di entrambi – una bella citazione che ho letto non molto tempo fa dice «Non giudicare ciascun giorno in base al raccolto che hai ottenuto, ma dai semi che hai piantato» (Robert L. Stevenson).
Grazie mille a voi!
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Si presenti al pubblico della corsa della speranza
Sono il professor Emanuele Zucca, medico oncologo e ricercatore clinico. La mia attività di ricerca si concentra in particolare sui linfomi, tumori che hanno origine dai linfociti, un gruppo di globuli bianchi presenti nel sangue e in alcuni organi del sistema immunitario (linfonodi o ghiandole linfatiche, milza e midollo osseo). Da molti anni lavoro presso l’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana, dove mi occupo sia della cura dei pazienti sia dello sviluppo di nuovi approcci terapeutici. Sono stato a lungo presidente del gruppo di studio sui linfomi dell’Istituto Svizzero del Cancro, l’organizzazione nazionale per la ricerca clinica oncologica un tempo nota come SAKK. Sono cofondatore e direttore medico e scientifico dell’International Extranodal Lymphoma Study Group (IELSG), un gruppo cooperativo internazionale nato con l'obiettivo di riunire ricercatori di diversi Paesi per migliorare la comprensione biologica e il trattamento dei linfomi, soprattutto di quelli più rari che crescono al di fuori delle ghiandole linfatiche. Parallelamente all'attività di ricerca, insegno nella facoltà di Biomedicina dell'Università della Svizzera italiana, contribuendo alla formazione delle nuove generazioni di medici e ricercatori.
Cosa la porta a credere nella ricerca?
Credo profondamente nella ricerca, perché ho constatato, nella mia esperienza quotidiana, quanto possa cambiare concretamente la vita dei pazienti: ogni passo avanti nasce da uno studio, da una domanda scientifica, da un lavoro di squadra. Sono convinto che dove si fa ricerca si cura meglio, perché l'attenzione è sempre rivolta all'innovazione, alla qualità e al miglioramento continuo delle terapie.
Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un impatto positivo?
Nel corso della mia attività ho avuto il privilegio di partecipare a numerosi studi clinici che hanno avuto un impatto concreto sulla cura dei pazienti. In particolare, molti studi condotti dallo IELSG hanno contribuito a modificare le pratiche cliniche e a stabilire nuovi standard terapeutici a livello internazionale.
Un esempio recente è rappresentato dallo studio IELSG37, che ha riguardato il linfoma del mediastino a grandi cellule B. I risultati hanno dimostrato che, nei pazienti che ottengono una remissione completa dopo la chemioterapia associata all'immunoterapia, la radioterapia può essere omessa senza compromettere l'efficacia del trattamento, definendo così un nuovo standard di cura. Questo è particolarmente importante, in quanto consente di ridurre gli effetti collaterali a lungo termine, soprattutto nei pazienti più giovani, evitando rischi quali le malattie cardiovascolari o lo sviluppo di tumori secondari. È proprio grazie alla ricerca che possiamo arrivare a cure più efficaci, ma anche più sicure e rispettose della qualità della vita delle persone.
È proprio grazie ai risultati di questo studio che ho avuto l'onore di ricevere nel 2025 il Premio Dick Marty, istituito dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino per valorizzare i progressi più significativi nella ricerca oncologica. Questo riconoscimento sottolinea come la ricerca possa tradursi in benefici concreti per i pazienti.
Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la Ricerca sul Cancro in Ticino e quindi della Corsa della Speranza, nel suo progetto di ricerca?
Il finanziamento recentemente ricevuto è destinato a un nuovo studio internazionale, lo IELSG52. Il progetto si concentra su un tipo di linfoma relativamente raro: il linfoma della zona marginale nodale. Si tratta di una forma di malattia ancora poco definita: a differenza di altri linfomi simili, non conosciamo indicatori diagnostici precisi, il che rende la diagnosi più difficile e limita la possibilità di sviluppare terapie mirate.
Con lo studio IELSG52, vogliamo raccogliere e analizzare i dati di almeno 800 pazienti provenienti da vari centri in tutto il mondo. Grazie a tecnologie avanzate di analisi molecolare e strumenti di intelligenza artificiale, puntiamo a identificare sottogruppi biologicamente distinti di questa malattia. In prospettiva, ciò ci permetterà di migliorare la precisione della diagnosi, definire meglio la prognosi e sviluppare trattamenti sempre più personalizzati.
Il finanziamento della Fondazione è particolarmente prezioso, in quanto ci permette di coprire una parte cruciale del progetto: l’acquisto dei reagenti necessari per l’estrazione del DNA e per le analisi avanzate chiamate "profilazione della metilazione". Queste analisi ci permettono di studiare in profondità i meccanismi biologici del tumore e di individuare nuovi bersagli terapeutici.
In altre parole, ogni contributo raccolto si traduce direttamente in strumenti concreti per la ricerca di qualità, con l'obiettivo finale di offrire ai pazienti diagnosi più precise e cure più efficaci.
Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
La Corsa della Speranza è una iniziativa che unisce salute, ricerca e socialità. Da anni rappresenta un importante momento di solidarietà in cui i ricercatori e la comunità locale si uniscono per sostenere la Fondazione Ticinese per la Ricerca sul Cancro, il cui supporto è fondamentale per portare avanti anche nel nostro Cantone progetti innovativi ad alto impatto clinico.
Sogni per il futuro?
Confido che la ricerca scientifica continui a consentirci di curare sempre meglio e in modo sempre più semplice e mirato, grazie a trattamenti sempre più personalizzati per ogni paziente. Mi auguro che sempre più tumori possano essere affrontati con terapie efficaci che permettano alle persone di continuare a vivere la propria vita con la massima qualità possibile. Ai colleghi più giovani raccomando di restare curiosi, di continuare a voler imparare. Come diceva Einstein: "La cosa importante è non smettere mai di interrogarsi". La ricerca medica nasce dalla curiosità, dalla perseveranza e dalla volontà di trasformare le domande e le risposte in passi avanti concreti a beneficio dei nostri pazienti.
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1. Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Sono Arianna Baggiolini, ricercatrice allo IOR, dove studio i processi che regolano la capacità delle cellule di trasformarsi e rimodellare il loro ambiente. Il mio lavoro si concentra sulla comprensione dei meccanismi alla base dello sviluppo tumorale, con l’obiettivo di contribuire a terapie sempre più efficaci.
2. Cosa la porta a credere nella ricerca?
Credo profondamente nella ricerca perché è ciò che ci permette di migliorare la qualità e l’aspettativa di vita. Negli ultimi decenni abbiamo fatto progressi straordinari, ma ogni risposta apre nuove domande: c’è ancora moltissimo da comprendere. La ricerca è un percorso continuo, ed è grazie a questo impegno che possiamo costruire il futuro della medicina e offrire nuove speranze ai pazienti.
3. Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un’impatto positivo?
Ci sono molti esempi importanti. Uno dei più significativi è l’immunoterapia, che ha rivoluzionato il trattamento di diversi tumori. Questa strategia permette di stimolare il sistema immunitario del paziente affinché riconosca e attacchi le cellule tumorali in modo più efficace. Per molti pazienti ha rappresentato un cambiamento concreto nelle possibilità di cura.
4. Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino
Il supporto della Fondazione sarà fondamentale per sostenere il nostro progetto di ricerca sulle metastasi tumorali al cervello, che rappresentano ancora oggi una grande sfida clinica. I fondi contribuiranno a sviluppare nuovi modelli sperimentali e ad approfondire i meccanismi biologici coinvolti, con l’obiettivo di identificare approcci terapeutici più efficaci per i pazienti.
5. Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
Partecipare alla Corsa della Speranza significa sostenere concretamente la ricerca, ma anche creare un forte senso di comunità e solidarietà. È un evento che unisce persone diverse attorno a un obiettivo comune: dare speranza ai pazienti e contribuire al progresso scientifico nella lotta contro il cancro.
6. Sogni per il futuro?
Il mio sogno è che il cancro possa un giorno diventare una malattia sempre più curabile, o addirittura prevenibile, grazie ai progressi della ricerca. Mi auguro che questo permetta non solo di salvare più vite, ma anche di liberare risorse ed energie per affrontare altre grandi sfide mediche e scientifiche, come le malattie psichiatriche.
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1. Si presenti al pubblico della corsa della speranza…
Mi chiamo Concetta Guerra e lavoro come ricercatrice presso l’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona, affiliato all’Università della Svizzera italiana (USI), nel gruppo di Biologia Strutturale Computazionale diretto dal Dr. Andrea Cavalli. Come suggerisce il nome del laboratorio, il nostro lavoro integra biologia e approcci computazionali per comprendere le vulnerabilità delle malattie e individuare nuovi modi per colpirle in maniera mirata. Combinando il lavoro di laboratorio con metodi computazionali e di intelligenza artificiale, lavoriamo allo sviluppo di nuovi candidati farmaci in particolare contro il cancro e le malattie infettive.
2. Cosa la porta a credere nella ricerca?
Credo nella ricerca perché ha un potenziale enorme, e la storia ce lo ha dimostrato chiaramente. Molti progressi che oggi consideriamo quasi scontati sono nati da domande, osservazioni e scoperte che hanno trasformato il modo in cui comprendiamo, preveniamo e curiamo le malattie. Anche una scoperta che inizialmente sembra piccola può, nel tempo, aprire nuove strade e diventare un passo importante per tutti. La ricerca è speranza!
3. Può indicarci un esempio di ricerca che ha avuto un impatto positivo?
Un esempio molto significativo è il Pap test, sviluppato a partire dagli studi di Georgios Papanicolaou negli anni ’20 e ’30. Osservando al microscopio le cellule del collo dell’utero, Papanicolaou intuì che era possibile riconoscere alterazioni tumorali e precancerose molto prima che la malattia desse segni di sé. Nacque così un semplice esame citologico capace di individuare il tumore della cervice uterina in fase precoce, o addirittura di prevenirlo attraverso il trattamento delle lesioni iniziali. L’impatto è stato enorme: nei paesi dove lo screening è stato adottato in modo sistematico, la mortalità per questo tumore si è ridotta drasticamente. È un esempio molto concreto di come la ricerca possa trasformarsi in uno strumento semplice, accessibile e capace di salvare moltissime vite.
4. Come verranno impiegati i soldi donati dalla Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino
e quindi della corsa della speranza, nel suo progetto di ricerca?
Desidero innanzitutto ringraziare la Fondazione per la ricerca sul cancro nel Ticino e tutti coloro che sostengono la Corsa della Speranza. Durante il nostro lavoro di ricerca in collaborazione con la Dr.ssa Giuseppina Carbone e il Prof. Carlo Catapano dello IOR, abbiamo identificato una modifica molecolare in una proteina chiamata ERG, la quale rappresenta un importante fattore coinvolto nel tumore alla prostata. A partire da questa scoperta, abbiamo disegnato un nuovo approccio terapeutico basato su un anticorpo in miniatura, capace di riconoscere in modo mirato questa vulnerabilità nelle cellule tumorali e di bloccare i meccanismi che sostengono la crescita del tumore. I fondi ricevuti ci aiuteranno ad accorciare la distanza tra il laboratorio e i pazienti, validando un test diagnostico che possa identificare i pazienti che potrebbero beneficiare di questa strategia.
5. Perché secondo lei è importante partecipare alla corsa della speranza?
Credo sia importante partecipare alla Corsa della Speranza perché è un modo concreto per sostenere la ricerca sul cancro, ma anche per sentirsi parte di qualcosa di più grande. La ricerca non è mai il risultato del lavoro di una sola persona: è un percorso collettivo, fatto di tanti contributi, grandi e piccoli. La corsa trasmette proprio questo messaggio: ognuno può fare la propria parte e, insieme, questi gesti possono trasformarsi in nuove possibilità e in speranza per il futuro.
6. Sogni per il futuro?
Il mio sogno è continuare a dare il mio contributo alla ricerca e vedere sempre più scoperte nate in laboratorio arrivare più vicino ai pazienti. Mi piacerebbe che, un giorno, qualcosa a cui ho lavorato potesse trasformarsi in una nuova possibilità di cura e contribuire, anche solo in parte, a migliorare la vita delle persone.
La Fondazione
La Fondazione per la ricerca sul cancro Ticino è stata fondata nel 1984 grazie ad una importante donazione privata di circa 1 milione di franchi svizzeri, con l'accordo della Lega ticinese contro il cancro. La Lega ticinese contro il cancro ha delegato alla Fondazione il compito di sovvenzionare la ricerca sui tumori nella Svizzera italiana garantendole nel contempo un finanziamento, che varia di anno in anno. Grazie anche all’importante aiuto della Lega ticinese contro il cancro, da quasi 30 anni la Fondazione riesce a finanziare progetti di ricerca che possono aiutare molte persone malate. Anche la Svizzera italiana può quindi dare un suo contributo qualificato a questo enorme movimento di ricerca a livello globale che, un giorno, arriverà asconfiggere definitivamente le varie malattie tumorali.
La ricerca
In tredici anni la corsa della speranza è riuscita a ricavare oltre 800'000 franchi. Ottocentomila possibilità differenti e speranze per tutte le persone ammalate di una forma tumorale. Possibilità di aiutare la ricerca e i ricercatori a trovare una cura per sconfiggere questa malattia, che purtroppo oggi giorno può colpire tutti noi. Ogni anno la fondazione tramite i soldi raccolti ha la possibilità di finanziare differenti progetti scientifici.
I progetti sostenuti sono di ricerca oncologica legata al Ticino; si sono potuti finanziare progetti che spaziano dallo studio dei meccanismi molecolari che stanno alla base di alcuni linfomi, alla valutazione del comportamento farmacologico di nuovi farmaci, alla creazione di modelli che permettono di progettare nuovi tipi di terapie antitumorali ed alla messa a punto di nuove tecniche terapeutiche per le leucemie che colpiscono tipicamente i bambini.
Tutti questi progetti avvengono in collaborazione con centri accademici importanti ed il finanziamento viene garantito solo dopo una valutazione molto severa da parte di esperti nazionali ed internazionali. Anche la Svizzera italiana può quindi dare un suo contributo qualificato a questo enorme movimento di ricerca a livello globale .

